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22 Marzo 2008

Boutique hotel? Figuriamoci i grandi magazzini…

Hotel di design, boutique hotel, hotel di charme…in sintesi, di solito si tratta di un hotel in cui sono stati scomodati uno o più architetti/designer molto alla moda ma spesso sconosciuti al grande pubblico, puntando sul progetto di costoro e sull’impiego di un sacco di ottime aziende – che a volte, inspiegabilmente, perdono memoria di quali siano le loro specificità -, spesso accomunati da due fattori ancora più oscuri: la presenza in zone dimenticate da Dio e dagli uomini, dove se non ci avessero fatto l’albergo non ci saresti andato nemmeno se ti avessero pagato (e ovviamente mal servite dai mezzi pubblici), oppure (e a volte contemporaneamente) un servizio di un tale livello di improvvisazione che la più scarsa delle casalinghe (persino io, per intenderci) potrebbe fare di meglio.

Uno dei miei sogni nel cassetto (che naturalmente non si realizzerà mai, ma non sarà certamente un dramma) è fare l’interior design consultant per un hotel di design, (con un concept leggermente diverso dal solito), quindi lo uso come scusa quando faccio qualche viaggetto, e così negli ultimi 3/4 anni mi sono girata un po’ di boutique hotel in giro per le capitali del mondo occidentale, approfittando delle fiere, cosa che, sommata ad altri soggiorni in hotel di altro genere (mega-alberghi che rabbrividisco solo a pensarci o topaie di varia natura), costituisce già un buon campione.
Rappresentativo di come l’espressione “hotel di design” sia una scusa per manchevolezze varie, come se lo stare in un ambiente esteticamente gradevole (almeno quello, grazie al cielo, in molti casi è davvero così) possa essere un alibi per giustificare l’assenza di elementi fondamentali in una struttura per l’ospitalità (che cioè dovrebbe essere ospitale, non respingente).

Cominciamo dalla dislocazione geografica. Dopo aver visto il Lloyd Hotel, ad Amsterdam, sono indecisa su quale sia la collocazione peggiore per un hotel che se la tira: se la vista sulla tangenziale, o la vista sul porto all’altezza dell’imbarco delle navi da crociera, o sul centro commerciale di fronte, oltre che sulla tangenziale. E anche il Nhow, a Milano, può dire qualcosa sulle collocazioni inutilmente scomode. È veramente una sfida durissima. In tutti i casi, la sera per uscire fai chilometri e chilometri, non ci arrivano i mezzi pubblici (uno, vabbè, è un po’ poco), e… non so, forse sono io che sbaglio, abituata fin da piccola a dare importanza alla zona in cui vivere (e anche lavorare, se è per quello). Ma un boutique hotel in una zona così scomoda, lontana e a volte brutta, per me ha già perso il 50% del suo potenziale.

Il capitolo impianti merita una trattazione approfondita. All’Hotel Zetter, a Londra, ho sostenuto lotte durissime con la cromoterapia dell’illuminazione, per ottenere il buio di notte (e per averne ragione, abbiamo dovuto staccare l’interruttore generale); sempre al Lloyd, il braccino corto degli olandesi si è rivelato ancora più corto, risparmiando sul numero degli interruttori (ne era presente uno solo, che illuminava doccia e stanza contemporaneamente, così se tu devi fare la doccia svegli anche chi dorme con te); anche al Rivington, a New York, io no, ma alcuni amici hanno avuto qualche discussione con gli interruttori, soprattutto sulla decodificazione.

Ventilazione e temperatura sono un altro argomento di interesse. Non c’è bisogno di citare gli alberghi uno per uno, non ce n’è uno che abbia una ventilazione adeguata e funzionante, o una temperatura gradevole. Se c’è l’aria condizionata, è troppo fredda ma soprattutto non regolabile, se non c’è, stai male dal caldo e non c’è ricambio d’aria, in genere il bagno è un terreno fertile per tutte le muffe. Non c’è molto da aggiungere.

Anche sulle finiture, ci sono rilievi degni di nota. Non ho mai dormito al Bulgari (a Milano), ma sono stata all’inaugurazione. Non so se fosse perché erano in ritardo sui tempi, ma ho ben chiaro il ricordo di un buco che mostrava perfettamente il tubo del lavandino con il teflon a vista. Quasi gradevole come il buco nel muro con cavi aggrovigliati al Rivington. O come la doccia senza tenda al Lloyd. O la porta della doccia da cui usciva l’acqua all’Astoria di San Pietroburgo. O il lavabo in cui non riuscivi a lavarti allo Zetter. O…uno vale l’altro, è abbastanza.

Dappertutto, però, la parte del leone la fa il servizio. Pessimo. Lento. Improvvisato. Più gli alberghi se la tirano, più il servizio è inesistente. Non c’è uno di questi boutique hotel in cui tutti gli aspetti del servizio funzionino. Se va bene l’accoglienza, sarà pessimo il ristorante; se va bene il ristorante, sarà sporca la stanza, se superi tutte le fasi fino alla partenza (ma è difficile), sicuramente aspetterai tre ore per avere i tuoi bagagli quando parti o il taxi prenotato arriverà in ritardo. Oppure non ci sarà proprio.

Certo, non ho visto tutti gli alberghi del mondo, ma questi citati hanno la pretesa di essere boutique hotel. Figuriamoci i grandi magazzini.

2 Marzo 2008

A grande richiesta

Improvvisamente una mattina è tornato il nostro uccello canterino stagionale, sulla terrazza dell’ufficio, e ha cominciato a cantare indiavolato. La primavera sta arrivando. In realtà, come ormai da qualche anno, l’inverno è durato pochissimo, e l’idrangea del cortile di Anversa aveva già le gemme a metà gennaio. Improvvisamente, una mattina, è arrivata la notizia che Odoni ha lasciato Case da Abitare, e che il nuovo progetto sarà di Tyler Brûlé. Non ho capito se sarà anche il direttore, e neanche loro pare che lo sappiano, ma lo trovo molto in tendenza con i tempi: Capello allena la nazionale inglese, Trapattoni l’Irlanda, perché non scegliere un canadese trapiantato a Londra per dirigere una rivista italiana? Dopotutto, sono tutti giornalisti, quindi dovrebbero essere avvezzi a comunicare…sarà mica un problema la lingua?
Avevo detto che non avrei più parlato di quest’argomento, ma ho pensato che facevo prima a scriverlo qui che a scambiare 80 mail con un sacco di gente che mi chiedeva cosa ne penso. Forse dopo aver sentito la mia grassa risata.

Premesso che io continuo a tifare Robertazzi – che probabilmente nel frattempo se ne è già dimenticata e guarda avanti -, premesso che la mia stima per Brûlé rimane immutata, non manco mai di stupirmi delle curiose scelte di un management ancora più curioso. A parte la tendenza a non riconoscere mai il valore delle persone che hanno sottomano, non è solo quello, è il pensare che una persona che ha fatto una cosa la possa ripetere sempre e comunque, indipendentemente dalle condizioni al contorno.
Come se il gruppo RCS fosse equiparabile al gruppetto – piccolo di dimensioni, enorme per energie e voglia di fare – che ha dato vita a Wallpaper nel 1996. Un successo che era formato da tali e tanti fattori mescolati – Brûlé, Alasdhair Willis, Cesanamedia che organizzava i mega-eventi (non trascurabili nel computo finale) – che non vedo in questa situazione. Oltre al fatto che sono passati 12 anni e l’Italia è stagnante e in recessione.
Come se ingaggiare un talento internazionale fosse sufficiente per risolvere i problemi congeniti a una rivista. Poi, certo, dato che Case da Abitare nella versione 2007 sembrava Wallpaper del 1996, sembra anche logico aver pensato di scegliere l’originale, che magari nel 2008 potrà maturare qualcosa di diverso.
Vedremo. Anzi, vedranno, perché non è che mi riguardi.

Nel frattempo, due parole su Maison&Objet, Colonia etc.
Però cominciamo a separare i piani. C’è il piano dei giornalisti – che in generale auspicano la nascita della rivista “Non ne possiamo più”, e poi c’è il piano degli operatori professionali.
Alla fine, una fiera di mobili non è una passerella, e il mobile non ha certo lo stesso ricambio di un vestito. La fiera nasce per essere un centro di scambi commerciali e anche se a Milano te lo dimentichi – data la quantità pantagruelica di nani e ballerine – è così lo stesso. Non per niente tante aziende fanno sia Parigi sia Colonia. Poi, vabbè, a Colonia quasi nessuno presenta novità – quasi, perché invece qualcuno c’è – ma nemmeno a Parigi, se è per quello. Per me, che mi sciroppo quasi tutte le fiere del mondo occidentale, Parigi non rappresenta certo questa grande vetrina di novità. L’aspetto di un certo interesse è che non separa il mobile da tutto il resto che compone la casa. E poi che è strapiena. E poi, certo Parigi val bene una messa.

Ultimo, ma non da ultimo. Stiamo raccogliendo come di consueto le novità Salone 2008. Premetto che non ho ancora avuto il tempo di guardare quasi niente, lo farò la settimana prossima, ho già comunque visto qualche segnalazione che merita di soffermarsi sulla verde età dei progettisti coinvolti. Non appena avrò le idee un po’ più chiare non mancherò di fare dei nomi, nel frattempo mi limito a chiedermi: perché? Ma non mi chiedo perché un ottuagenario non va a vivere in campagna. Mi chiedo perché un’azienda che pretende di fare qualcosa di innovativo vada a cercare un architetto-designer di 75 anni. Ma cos’è che ti fa pensare che un designer di 75 anni possa dire qualcosa di nuovo? Ma perché non investi su qualcuno di più giovane, che forse potrebbe – magari no, ma almeno potrebbe – avere qualche idea nuova e originale? E forse ho trovato la risposta. È lo stesso principio che ti fa pensare che sia una buona idea sostituire una donna giovane (magari non giovanissima, ma in Italia è una bimba) con un direttore consolidato, uomo e più vecchio. Spendere un sacco di soldi per rifare un progetto. Buttare via direttore e progetto a distanza di un anno. Spendere un altro mucchio di soldi (non so perché, ma non credo che Tylerino sia a buon mercato) per un altro progetto, solo perché chi lo fa ha fatto un buon lavoro 12 anni fa, in tutt’altre condizioni.
Non ci arrivo. Nemmeno con tutta la mia ammirazione sconfinata per Brûlé.

9 Ottobre 2007

Segni e disegni

Andando avanti e indietro in macchina tra il sud e la mittel-Europa, si scoprono un sacco di cose. Cominciamo dalle tangenziali, e dal traffico relativo, che non è certo un male solo italiano. Per un anno circa, avevo apprezzato tanto la Svizzera, perché – per pura fortuna, adesso lo so – non si trovava mai traffico eccessivo. La stagione estiva – e qualche eterno lavoro in autostrada (sì, non è un male solo italiano) – ha scoperto qualche magagna nascosta dall’inverno e dai giorni lavorativi. Il San Gottardo, per esempio, è impraticabile nei fine-settimana di bella stagione; la cosa negativa è che c’è un’ora di coda per il tunnel, la cosa positiva è che la strada del passo è comoda come la Milano-Pavia (anzi di più, è liscia uguale ma più sgombra). Ma noi parliamo di design, che dovrebbe essere “dal cucchiaio alla città”, quindi cominciamo dalla segnaletica.

Pensavamo che la segnaletica difficile e incomprensibile fosse un male solo italiano? In giro per l’Europa c’è una tale creatività nelle indicazioni che veramente sembra che abbiano assoldato comici professionisti per mettere a punto la segnaletica.

A Basilea, la tangenziale attraversa la città, e fin qui tutto bene, ma se perdi l’indicazione per Karlsruhe (che non c’entra niente con Friburgo, dove sei diretto), armati di santa pazienza, perché girerai per un bel po’ prima di ritrovarla (e cercheranno sempre di mandarti in Francia). A Zurigo, se arrivi dalla direttrice Liecthenstein-Sankt Moritz, la tangenziale finisce e attraversi la città. Probabilmente gli svizzeri sono più avanti e hanno capito che la tangenziale serve solo a stare fermi in coda, meglio uscire così magari ti fermi a un bar e spendi un po’ di soldi e – a proposito- gli autogrill svizzeri sono i migliori d’Europa, puoi anche fare la spesa – autentica, non di specialità regionali che non vuole nessuno.

Il top della spiritosaggine però è quando sei intorno a Strasburgo, dove spariscono le indicazioni per la Germania e devi fare un atto di fede, prendere la direzione Paris-Metz (e perché, se volevo andare a Saarbrucken?) e vedrai che prima o poi salterà fuori il cartello per la Germania di nuovo. Ma ci devi credere. A Saarbrucken, poi – altra città che ignora la parola tangenziale - stanare l’uscita per il Lussemburgo, è un’impresa che richiede una certa immaginazione (ma forse è perché non siamo tedeschi). E anche in Lussemburgo – un posto che sarà lungo 12 km – la tangenziale riesce a interrompersi. Mah.

In Belgio, poi, la segnaletica è fantastica: da un lato in francese, dall’altro in fiammingo. Non conosci le due lingue? Fatti tuoi. Comprati una cartina bilingue. Io non voglio parlare male del Belgio, che è la mia altra casa, però in effetti questa schizofrenia ogni tanto lascia un po’ perplessi.
Quanto ai colori della segnaletica, a parte non trovarne uno uguale all’altro, per esempio da noi il blu indica le statali, il verde le autostrade, in Francia il contrario; in generale, i blu sono uno diverso dall’altro, i font anche. A proposito di visibilità, invece, è uniformemente scarsa dappertutto, però migliora man mano che si sale verso nord. Ma bisogna ancora fare tanta strada per avere una segnaletica visibile e, perché no?, magari retro-illuminata in Paesi dove piove spesso.

Quanto al traffico, sarà vero, verissimo che in Italia il trasporto su gomma fa la parte del leone, ma l’Europa non è che sia da meno…

Sulla tangenziale di Strasburgo, di sabato mattina, sembra di essere sulla tangenziale est di Milano; l’area di Bruxelles è uno degli enigmi più irrisolti della vita: come sarà stamattina? Ci sarà traffico, non ci sarà, con quanto anticipo dovrò partire per l’aeroporto? Credo che sia l’unico posto nel mondo europeo dove abbiamo trovato coda ferma la mattina del 1° novembre (e non eravamo vicino a un cimitero). La direttrice per l’Olanda raggiunge una soglia di stress autentico: autostrada a due corsie, piena di camion. Olè. Peggio di così dev’essere solo l’Inghilterra, con trafficone autentico, ma in più (per noi) il brivido della mano versa.

E in questa Europa così unita non c’è un Paese che abbia la segnaletica uguale all’altro – le autostrade tedesche poi hanno un modo veramente incomprensibile di indicare la direzione -, o una gestione uguale – in Italia si paga, in Francia anche, in Germania e Benelux no, in Svizzera si paga ma è annuale (però la Svizzera non è nella UE, quindi è giustificata), in Germania i limiti di velocità sono diversi…e così via. Alla faccia dell’unità.

Visto che il nostro Ministro per i beni culturali si preoccupa tanto della segnaletica italiana, potrebbe proporre alla UE di appaltare tutta la segnaletica europea all’Italia: non se se migliorerebbe, ma forse sarebbe uniforme. O forse si potrebbe creare un Consiglio europeo del design. Non so con quali scopi, ma potrebbe cominciare dalla segnaletica stradale. ;-)

2 Luglio 2007

L’età dell’innocenza

Questa settimana ci sono diversi spunti per parlare di design, età e politica. Prendiamo per esempio due feste recenti. Leggo dalla cronaca del Corriere che sono stati festeggiati con tutti gli onori Italo Lupi e Silvia Latis (ex direttore ed ex vicedirettore di Abitare). E che il nuovo direttore di Abitare avrà un compito doppiamente difficile: fare una rivista nuova, e fare dimenticare la direzione di Lupi. Chi era il direttore di Domus prima dell’attuale direttore di Abitare?
Italo Lupi e Silvia Latis sono entrambi molto belli, elegantissimi e sempre in gran forma. E sembra che non abbiano alcunché da lamentare nella loro vita professionale. Ma le cose cambiano e, specie se hai fatto una grande carriera, non dovrebbe essere motivo di grande cruccio lasciare il posto a qualcuno di più giovane. Dopotutto, questa è la vita.

La seconda festa è un cocktail per Monocle, informale e carino. “Il bello dell’editoria” (la definizione l’ho presa da qualche sito, anche se in effetti caruccio Tyler Brûlé lo è, suvvia), ha 38 anni. E ha già al suo attivo il caso editoriale degli anni Novanta. (Sì, vabbè, mi ripeto, lo so, ma è così lo stesso). Sicuramente lui è un genio, per carità, ma mi dà comunque l’idea che una parte del suo successo sia dovuta al fatto che abitava a Londra.
Rigiriamo il coltello nella piaga fino in fondo, e facciamo un accenno alla composizione del governo di Gordon Brown: Jaqui Smith, 44 anni, è ministro degli Interni, prima donna ad assumere l’incarico, David Miliband, 41 anni, pupillo dell’ex premier Blair, è il ministro degli Esteri.

Cambiamo argomento, e parliamo della mostra sul Compasso d’oro che si terrà l’anno prossimo al Salone del Mobile di Colonia. La presentazione comprendeva un video, con rendering del paesaggio italiano – prati italiani, portici e la Galleria degli Antichi. Ispirazione il Viaggio in Italia di Goethe, colonna sonora O’ sole mio di Beniamino Gigli. Chiedi a una ragazza “chi erano mai questi Beatles, lei ti risponderà” cantava Gianni Morandi; figuriamoci Beniamino Gigli. È bella l’idea che a Colonia facciano una mostra sul Compasso d’oro, ma era proprio necessario usare O’ sole mio e Beniamino Gigli per rappresentare l’Italia? Sì, certo, il riferimento era al viaggio in Italia, ma la mostra è del Compasso d’oro…L’Italia è proprio solo giardini all’italiana e la Galleria degli Antichi? Oddio, purtroppo in effetti non è che ci sia molto, a parte l’Auditorium di Roma, e della nuova fiera di Milano non si poteva parlare, comprendo, ma non stavamo parlando di design? Suvvia, un po’ di archeologia industriale, un po’ di produzione industriale, magari, anche qui l’abbiamo, il Novecento è arrivato anche qui…
Forse, perché poi quando leggi chicche come questa: ”Inossidabile. Pasquale De Vita, in vista del traguardo dei 78 anni, che compirà il 22 agosto, si è visto confermare per la sesta volta consecutiva alla presidenza dell’Unione Petrolifera(…)Un incarico biennale rinnovato nel 1999, quindi nel 2001, poi nel 2003, ancora nel 2005 e infine nel 2007. Il nuovo che avanza.” (Sergio Rizzo, Corriere Economia, 18 giugno 2007), qualche dubbio che il Novecento qui non sia mai arrivato ti viene.

Continuiamo il giro. L’art director e coordinatore di Interieur, Dieter Van Den Storm, ha 29 o 30 anni, qualcosa del genere… Com’è possibile che un bimbo (bimbo? solo da noi è un bimbo, altrove è un uomo, a 30 anni) così giovane ricopra un ruolo così? Sarà perché ha l’entusiasmo e la curiosità di un giovane? L’ho incontrato un po’ di volte, ed effettivamente “è” giovane ed entusiasta. Forse non corre il rischio di ripetersi facendo le stesse cose da 20 anni o più?

Dulcis in fundo, la notizia dell’anno. Il 20 giugno c’è stata la prima riunione del Consiglio Nazionale per il Design. Sembra una notizia positiva, no? È importante che anche l’Italia abbia una struttura pubblica che si occupa di design. Chi c’è nel Consiglio Nazionale per il design? 53 membri, in cui brillano per assenza gli imprenditori (4 o 5 su 53, non è male). Credevo che il design si occupasse di produzione industriale, evidentemente mi sbagliavo. Il direttore scientifico, Giuliano da Empoli, è personaggio di tutto rispetto e poi è del 1973 (da non credere!), anche se non sono a conoscenza di suoi profondissimi legami con il mondo del design, ma sicuramente ci sono. Tra gli altri membri del consiglio, ve ne sono alcuni estremamente rispettabili, ma che potrebbero seriamente considerare l’idea di un pensionamento di lusso sul Lago di Como, prima che George Clooney attiri troppi russi e così via.

E di cosa si occupa il Consiglio Nazionale del Design? Questo lo racconta molto chiaramente Fabio Novembre. Buona lettura.
E grazie a Officina Creativa e a Fabio Novembre.

Per quelli che non hanno tempo, Fabio Novembre ha pubblicato il testo integrale del fax con la convocazione ministeriale, da cui si capisce – orologio alla mano – che era impossibile essere presenti a quella riunione. Oltre a quello, dalla lettura deduciamo anche che la priorità del ministro per il design italiano è la rivisitazione della segnaletica turistica italiana. È sempre bene darsi delle priorità.

19 Giugno 2007

Basilea e dintorni

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La settimana scorsa sono passata da Basilea, tanto per fare un giro a Design Miami. Ambra Medda è senz’altro fuori dal comune, soprattutto per noi in Italia, dove nessuno che non sia almeno di mezz’età (o meglio di terza), può permettersi di fare qualcosa. La rassegna (come la chiamiamo? Fiera no, mostra può andare), è carina, ma credo che sia già tempo di eliminare le erbacce e andare a caccia di fiori. Se alcune gallerie hanno pezzi che tra i maniaci del design possono spezzare cuori (oltre a infliggere duri colpi ai conti in banca), altre hanno avanzi di anni ’80 che, con un po’ di abilità e di pazienza, trovi facilmente girando per rigattieri, a prezzi stracciati. E, a differenza di un Pucci d’annata autentico, (o di un’opera d’arte) non è nemmeno facile stabilire cosa sia autentico e cosa non lo sia. La stessa sedia di Starck (VIA, 1982), esposta come una reliquia, l’ho trovata da un rigattiere di Anversa due giorni prima, e veniva per 25 euro…Forse tra i prototipi della proto produzione industriale qualcosa può saltar fuori, per quanto una sedia rosicchiata dai topi rimanga una sedia rosicchiata dai topi…
E poi, cosa vuol dire “autentico”? Molti di quei “pezzi unici” sono entrati in produzione, e ne sono stati prodotti a migliaia…chi è in grado di distinguere un originale da una copia? Magari, si può puntare sul pezzo contemporaneo unico (o in poche copie) e firmato.
In questo, Maarten Baas è il mio nuovo mito. Dopo le bruciature, a Basilea la settimana scorsa si è dedicato al pongo. Era lì che torniva le sue sedie, vendute in edizione limitata e numerata, praticamente normali sedie da bar rivestite di pongo modellato a mano, a 3.250 euro l’una. A parte il fatto che lo faceva già Gaetano Pesce con i pezzi industriali venuti male, ma le sedie di pongo…mah.
Del resto, già al Salone era un trionfo di pezzi unici ed edizioni limitate, in una sorta di “sindrome Miami” che non si capisce da dove origini. Forse dalla “sindrome cinese”, per cui con le edizioni limitate ci si difende dalle copie a basso costo. Forse.
E sempre a proposito di copie e pezzi unici, merita una riflessione la visita a Weil am Rhein, alla mostra sugli Eames. Nonostante mi piacciano proprio, riesco sempre a stupirmi di quanto siano arrivati lontano dalla loro idea di democratizzazione del design. I loro progetti avrebbero potuto cambiare il mondo, ma la realtà è che oggi gli oggetti inventati da loro sono elitari e costosi. Con il Case Study House Program, un programma di edilizia post-bellica che avrebbe dovuto portare a una serie di case moderne, belle e a basso costo, riuscirono a realizzare solo la loro dimora privata, bellissima ed esclusivissima. I disegni per la produzione in serie furono prima realizzati con la Herman Miller, poi riprodotti in infinite copie. Mentre i loro modelli - rigorosamente originali-, sono esibiti con compiacimento nelle case più esclusive, oggi come allora. Oppure in esposizione alla Vitra, o in vendita in posti simili a Design Miami. Di tanto talento, pare che nella memoria dei più sia rimasta solo una bella poltrona di pelle imbottita, (la Lounge Chair, che tutti conoscono e tanti possiedono), perlopiù esibita, anziché usata.

2 Giugno 2007

New York, New York

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Non è che l’ICFF sia una fiera fondamentale nell’arredamento e nel design, “diciamolo”. E’ una buona scusa per andare a New York almeno una volta all’anno, ecco. Poi, certo, tanti industriali ci vanno perché il mercato americano è potenzialmente enorme, e, sic stantibus rebus, “la maggior parte delle aziende ha a malapena scalfito la superficie” (cito). Poi a New York in genere le persone hanno un po’ più di tempo, sono meno frenetiche che a Milano ed è una buona occasione per vedere, incontrare, parlare…fare shopping perché (a parte la moda italiana) costa tutto incredibilmente meno e poi ci sono anche i giri turistici, gli alberghi nuovi da vedere, gli showroom nuovi da vedere, un sacco di gente da incontrare…perché poi a New York alla fine, comunque, ci vanno tutti. Designer, imprenditori, giornalisti, marginale finché vuoi ma è sempre l’unica fiera di design negli Stati Uniti.

Proprio perché non è impegnativa come Milano, una domenica mattina ti puoi permettere di avere sonno e stare davanti a CBN (con un format stile Uno Mattina o qualcosa del genere) e così incappi nel commercial di Paula White. Paula White è fantastica: è una predicatrice del benessere fisico e spirituale, che si ottiene con un allenamento quotidiano, oltreché, naturalmente, con la pratica religiosa. Per l’allenamento, è previsto un DVD registrato con Dodd Romero, star del fitness, che viene spedito insieme al libro di Paula, “I 10 Comandamenti della Salute del Benessere”, un po’ come “devi dimagrire perché Dio lo vuole”. E io mi prendo i tuoi 35 dollari. E poi, vuoi mettere? Io ti mando il DVD con Dodd Romero, e sono l’unica fitness trainer chiamata direttamente da Dio, che un giorno mi ha chiamato al cellulare (e come l’avrà avuto il numero?) Val bene 35 dollari. A seguire, Sid Roth, un altro predicatore, che invece si è specializzato in visioni messianiche, nonché in visite nell’aldilà e ritorno. Non ho ancora capito come faccia a guadagnare, devo applicarmi meglio. Quello che invece non riesco davvero a capire (e credo che non capirò mai) è come sia possibile che gli americani siano arrivati a dominare il mondo.

La settimana scorsa Tyler Brulé, nella sua rubrica sull’International Herald Tribune, offriva perle di saggezza sul modo in cui godersi la visita a una città: andando in giro a camminare. Ah, però! Non ci avevo mai pensato…Dimenticavo, però che l’IHT parla agli americani…Agli americani, devi dare cose veloci, e pratiche. Però allora non so bene a chi possa vendere le creazioni abnormi di Studio Job Murray Moss, ma lui probabilmente lo sa, infatti ha debuttato a Milano. Ma probabilmente fa sempre parte della “sindrome cinese”, che si cura con il pezzo unico. Anche perché Moss ha una storia di tutto rispetto: fino a pochissimi anni fa era solo un negozietto nella parte alta di Greene Street, quasi all’angolo con Houston Street; adesso ha lasciato il negozio vecchio (che mantiene in società con Moroso); ha tutte le vetrine all’angolo di Houston street, e pure il ristorante Centovini, a fianco, su Houston. Che di italiano ha il nome e lo chef (se non mi ricordo male). Invece, Greene street è proprio diventata la nuova Little Italy. Che è una cosa di cui si può anche essere orgogliosi, suvvia.
Però, in un posto dove la domenica mattina in TV vedi Paula White e Sid Roth, sarà sufficiente approcciare il mercato con i metodi che funzionano altrove? Ai posteri l’ardua sentenza. Secondo me, una piccola riflessione sulla differenza tra negozio e showroom ci starebbe bene…ma non sono mica una stratega di marketing, io. Che posso saperne?

2 Maggio 2007

Sempre più Milano

Quelli che seguono, sono tre articoli scritti quasi in diretta durante il Salone, per la rubrica Spie, sul Corriere on line .

23 aprile, Trend diurni e notturni

coda_bassa.jpgBilancio molto positivo per il Salone 2007, sotto tutti i punti di vista. Sotto il profilo numerico, venerdì sera (terzo giorno di fiera), si erano già registrati oltre 150.000 visitatori. Un successo esplosivo, sopra le previsioni. Ieri in Fiera gli imprenditori erano tutti sorridenti e di buon umore. I visitatori, provenienti da tutto il mondo, sottolineano come ormai il Salone di Milano sia a tutti gli effetti la più importante vetrina mondiale del settore arredamento. Anche Tyler Brulé, fondatore di Wallpaper e guru di stile e moda, impegnato nella nuova avventura editoriale di Monocle - magazine internazionale di cultura e design - visita il Salone di Milano in prima persona, con corollario di publisher e vari assistenti.

Ma, al di là del successo commerciale, alcune aziende denunciano un preoccupante calo della creatività, demandata alla star del momento. L’impressione è che le aziende ormai adottino i designer -star come le griffe che vestono le celebrities: basta un bel nome, e il successo è fatto. Anche se il designer fa lo stesso progetto per tutti, cambiando qualche dettaglio. Ci sono aziende italiane che hanno una tale storia di design che non avrebbero nessun bisogno dell’ultimo architetto iraniano di tendenza. Perché non se lo ricordano? Perché non investono un po’ di più sui giovani?

Ancora un dato numerico: conteggiati venerdì 20 oltre 56 mila passaggi in metropolitana. Un grande successo per il trasporto pubblico, che ne ha messo a dura prova la resistenza. Se i treni hanno retto l’impatto, non così si può dire della vendita dei biglietti: ancora troppe le macchinette automatiche fuori servizio, a Rho-Fiera ma non solo: domenica sera alla stazione di Porta Genova non c’era una macchinetta funzionante, e procurarsi i biglietti era un problema. Urge intervento.

Sì, perché, sarà anche settoriale, ma il Salone del Mobile è un grande evento, che per una settimana all’anno pone Milano al centro del mondo: Paolo Moroni (di Sawaya & Moroni) in poche parole ha sintetizzato la sensazione che si prova in giro per la città: “È incredibile come Milano possa cambiare volto in 24 ore. Da città tutto sommato sonnecchiante di lunedì 16 aprile a finestra sul mondo la sera del 17″. Sensazione che si prova ancora di più gironzolando per la zona Tortona, cresciuta negli anni in modo esponenziale, e oggi quasi un secondo polo fieristico, organizzato, ordinato e…molto frequentato. Luca Fois - uno dei padri dell’iniziativa, attualmente presidente della neonata ZOT- Zona Tortona - che si aggirava accaldato e sorridente tra la folla oceanica, rifiuta la definizione di polo fieristico, ma limitarsi all’aspetto festaiolo è riduttivo: qui espongono molte piccole aziende che non trovano posto in Fiera, ma anche grandi, per esempio dei settori bagno e cucina che sono Saloni biennali, o che semplicemente scelgono di raddoppiare la loro presenza (Arflex, per citarne una, aveva lo stand a Rho ma anche uno spazio in via Savona). Forse, i visitatori di quest’area non sono milioni, ma anche 60 mila visitatori mirati (cifra raggiunta nel 2006) possono fare gola (chi viene qui, ha almeno un minimo interesse verso il design e l’arredo).

E per i nottambuli e i festaioli? Niente paura. Buttati fuori dalle infinite feste - nella maggior parte dei casi rigorosamente open - i sopravvissuti trovano casa al Bar Basso (in viale Abruzzi all’angolo con via Plinio). Almeno una volta bisogna andarci, anche se costa fatica perché bisogna andarci a tarda sera. Maurizio Stocchetto - il simpaticissimo proprietario - è come le padrone di casa che si divertono ai loro parties: contentissimo di tenere aperto fino a tardi, adotta i giovani designer, che qui trovano la loro seconda casa nella settimana del design milanese, e stringe amicizia con tutti. Un successo di cui nemmeno lui si capacita, arrivato grazie a un tam-tam sempre più ampio, un anno dopo l’altro. Perché la festa non finisca mai.

Roberta Mutti

21 aprile. I nuovi trendsetter

Irrimediabilmente giovani, quasi scoraggianti. Sono i nuovi trendsetter, e non sono italiani. Andiamo con ordine. In fondo, per i non addetti ai lavori, la settimana del design milanese è una lunga sequenza di feste (per gli addetti ai lavori è un massacro lavorativo, ma questo è un altro discorso). Quindi, che la festa cominci. Abbiamo iniziato con Cappellini - un gradito ritorno - , che ha aperto per l’occasione un temporary store in piazza San Babila. A differenza delle megafeste che offriva in via Tortona, quest’anno il pubblico di Cappellini era un po’ più compassato, meno “studentesco” (dopotutto, un’azienda deve anche pensare a vendere), e forse anche per questo è stato istituito l’”ingresso privilegiato” (per cui ringraziamo molto l’ideatore, che ci ha evitato code chilometriche per entrare). Un vero negozio di design, peccato che sia solo temporaneo. “Giulio” (Cappellini, ma si usa solo il nome, se hai bisogno del cognome vuol dire che non sei addentro) è apparso in gran forma, quest’anno ha al suo attivo diverse cose, tra cui l’art direction della zona Tortona.

beb_zaha_bassa.jpg Anche B&B Italia, che in genere non lo fa, quest’anno ha offerto un party, al Rolling Stone, con annesso concerto e regolare lista di ammissione. Solo party, niente prodotti, (che sono nel loro store), affollato il giusto.
Ma il segno dei tempi che cambiano è arrivato da Established & Sons. Di Alashdair Willis, uno dei suoi fondatori, sappiamo praticamente tutto quello che c’è da sapere: era l’editore di Wallpaper, ed è sposato con Stella McCartney. La sua azienda è un fenomeno mediatico degli ultimi due anni, e il suo background forse spiega perché. Loro, mondanissimi, offrono un party blindatissimo (non più “by invitation only”, siamo arrivati a “by rsvp only”, specificando nome tuo e dell’accompagnatore). Peccato che il tam-tam abbia funzionato anche troppo bene, e la coda all’ingresso fosse inverosimile. La lista di ammissione era un volume dello spessore di un tomo Treccani, per cui funzionava più speditamente l’ingresso con l’invito, che però valeva per una persona sola. All’interno, naturalmente, c’era spazio per tutti, ma non si fa. Una festa riuscita ha la coda all’ingresso. Eppure, Alashdair Willis (Alash per gli amici), bellissimo, ricchissimo e anche giovane, è di una gentilezza disarmante. Si è adoperato personalmente per cercare sua moglie, anche lei gentilissima, sorridente, disponibile. La loro pr probabilmente non arriva a 30 anni. Il pubblico - inglese, in maggioranza - aveva un’età media di poco sopra i 30 anni. Ma niente a che vedere con il pubblico studentesco di Cappellini degli anni Novanta. Nella scelta musicale saltava all’occhio (anzi all’orecchio), la differenza: revival anni ‘80 da B&B, contemporanea da Established&Sons. Bene, ma tutto questo cosa c’entra con il Salone del Mobile? È quello che ci chiediamo anche noi. Intanto, prendiamo atto che Cappellini - come ce lo ricordavamo - non c’è più. Che B&B Italia è e rimane un’azienda di mobili. Una delle migliori, storica, importante, ma sempre un’azienda di mobili. E che il nuovo che avanza cerca, trova ed esplora nuove strade, che passano per la comunicazione, e sanciscono la trasformazione del pezzo di arredo in bene di consumo o esemplare da collezione. Il progettista diventa un’icona - Zaha Hadid, per esempio, va bene - fa chic e non impegna, e poi la puoi mettere dove vuoi, tanto fa sempre le stesse cose. E anche i suoi progetti sono icone, oggetti griffati, contributi sacrificali alla religione del design a tutti i costi.

Roberta Mutti

18 aprile. I fratelli diversi

Sono due le novità del Salone di quest’anno: la prima - graditissima - è il clima. Propongo di eleggere Driade a portafortuna ufficiale della settimana del design: la sua festa ispirata alla neve ha provocato una reazione meteorologica, portando un caldo che non si era mai visto in questo periodo di aprile. Per fortuna, altrimenti la faticosissima operazione di togliersi di dosso le palline di polistirolo lasciate dall’allestimento sarebbe stata proprio impossibile. Era esilarante vedere distinti imprenditori che si sfilavano garbatamente le scarpe sui gradini di via Manzoni, per togliersi di dosso il polistirolo. Era quasi un segno distintivo: hai tracce di polistirolo? Vuol dire che ci sei stato…A un designer di buona volontà, si potrebbe suggerire di inventare un modo alternativo per fare la neve artificiale.

hani_bassa.jpgLa seconda novità di quest’anno riguarda il raddoppio della famiglia Rashid nel design. Karim non era abbastanza? Ecco qui Hani, il fratello maggiore, l’architetto. Ma, a differenza di altre coppie consolidate e famose ( Bouroullec, Campana), i fratelli Rashid non lavorano insieme. Anzi,hanno carriere ben separate. Forse è per questo - per distinguersi ulteriormente dal fratello - che Karim sfoggia un’inconsueta chioma (molto corta, in verità) bionda. Così nulla viene a interrompere il suo look total white (solo gli occhiali, rosa, ma un po’ meno rosa del solito). La creazione di una rockstar deve sottostare ad alcune leggi. Non alle leggi dell’antipatia, per fortuna, anzi: lui è gentile, disponibile, simpatico, parla italiano e si fa intervistare in italiano, intervenendo con l’inglese solo quando non gli viene una parola. E spiega che gli piacciono i colori acidi e brillanti (come il rubinetto verde di Cisal o le seggioline rosa di Bonaldo) perché “rappresentano il mondo digitale in cui viviamo”. E che non lavora con suo fratello, perché “io sono un industrial designer e lui un architetto”. Totalmente scuro, invece, è Hani Rashid, decisamente “architetto”. Del suo lampadario (liberamente ispirato ai lampadari veneziani) per Zumtobel parla con noncuranza, spiegando che l’ha disegnato “perché mi serviva un lampadario per due edifici progettati ad Abu Dhabi e New York, così ho pensato di disegnarmelo. Ma io sono principalmente un architetto.” Alla domanda “avete mai pensato di lavorare insieme”, tutti e due hanno risposto con molto garbo: “Sì, ne abbiamo parlato”. Probabilmente la loro collaborazione è ancora di là da venire. Mentre la carriera di Karim come dj è lanciatissima, e anche quest’anno era in azione (Dj Kreemy) ai Magazzini Generali, al party di Kundalini.

24 Marzo 2007

Il target

knut_bassa.jpgHo fatto un test. Qualche anno fa, avevo studiato un po’ di web marketing, e un “guru” dei primordi del Web (che diceva cose decisamente superate da YouTube e Second Life) suggeriva un test molto semplice per collaudare il proprio sito: scegliere cinque amici con caratteristiche diverse, magari non proprio brillantissimi, e farli navigare. Se loro riuscivano a usarlo, andava bene. Allora, curiosa di capire se solo io ho apprezzato Monocle (che in effetti non mi dispiace), ho fatto un test su 5 persone (anche troppo brillanti, però, forse ho sbagliato target). Una non ha nemmeno capito che tipo di progetto è (ma non fa testo, è una che vive nel suo mondo e dovrebbe mettersi ad approfondire e non ne ha voglia), uno è un grafico-art director (che stimo molto) ma che guarda solo la grafica e non gli è piaciuta; un terzo è un architetto, italiano, direttore generale del fondo immobiliare di una multinazionale di chiara fama, che ha apprezzato molto il progetto editoriale, meno la grafica “è un po’ troppo understatement anche per me”; un quarto è un architetto famoso internazionalmente che l’ha comprato perché incuriosito dal nome di Brulè, ma è rimasto deluso perché non era uno style magazine. Il quinto, era un passeggero dell’Eurostar AV di ieri, Milano-Torino, nel consiglio di amministrazione di una banca d’affari, (non so chi fosse, l’ho sentito che parlava), ma era chiaramente molto attratto dalla rivista. Cosa mi dice questo test? Che secondo me chi si è inventato quel progetto ha fatto centro. Ha individuato il target che voleva raggiungere (business e prima classe di treni e aerei), non si è fatto distrarre da vie laterali e, andando avanti deciso, ha tirato fuori il prodotto adatto al target che voleva colpire. Non so se il suo target fosse quello, ma secondo me sì. In ogni caso, mi spiace per lui se non era così ma mi sa che è quello che raggiunge). Conosco qualche avventura che ha sortito risultati molto brillanti, per esempio Webmobili, e, anche se lavoro per loro, non vedo perché non dovrei dire che secondo me funzionano bene perché chi se l’è inventato non si è fatto distrarre ed è andato sempre avanti verso l’obiettivo che si era prefisso (troppo complesso da spiegare qui in due righe), il target era il pubblico colto ma non ristretto. Invece, quando vedo la comunicazione di certe aziende, mi chiedo sinceramente chi vogliano colpire. E se si rendano conto che sono lontanissimi. Facciamo qualche esempio. Circa un mese fa, B&B Italia ha presentato la riedizione delle Bambole, e per l’occasione ha esposto la campagna pubblicitaria dell’epoca. Era il 1969, e ed era un campagna attualissima anche oggi. Rivoluzionario il prodotto, rivoluzionaria la campagna. Sarebbe bello se oggi B&B riscoprisse le sue radici, anziché presentare ambienti più freddi di un congelatore. Ma andiamo oltre. Fino agli anni ‘70, nelle pubblicità c’erano belle donne in cucina. Ho fatto degli esperimenti, affiancando le cucine con le donne anni ‘40 e la stessa cucina senza persone. Con le persone è una cucina, senza è un laboratorio ospedaliero. Mettiamoci dei begli uomini (pari opportunità), delle figurine disegnate, ma mettiamoci qualcuno. Liberiamoci dagli architetti che ci hanno imposto la “pippa” del prodotto. Nessuno compra un mobile per guardarlo. Quindi, per tornare all’argomento: chi presenta un soggiorno mummificato e congelato, a chi si rivolge? Se l’è chiesto? E, a proposito di target, a chi si rivolge l’orsetto Knut con la sua manina? Forse a nessuno, ma la sua simpatia gli ha già salvato la vita. Obiettivo raggiunto.

10 Marzo 2007

Cambi di timone

giornalismo.jpgSilvia Robertazzi lascia Case da Abitare, e arriva Giovanni Odoni. Perché? Nessuno vuole togliere nulla a Odoni, che ha fatto un lavoro fantastico con Elle Decor, e un lavoro probabilmente buono ma oscuro con Casamica. Ma perché sottrarre Case da Abitare a Silvia Robertazzi, che l’aveva trasformata da giornaletto parrocchiale a rivista, con guizzi di freschezza (finalmente una persona giovane a dirigere una rivista per sciure giovani…) E invece, basta così. Come ci si può permettere di dare un po’ di spazio a chi ha meno di 50 anni? Romperemmo la tradizione italiana. Quindi, ricomponiamo le gerarchie: Stefano Boeri ad Abitare, Flavio Albanese a Domus, Giovanni Odoni a Case da Abitare e Casamica. Non che ci importi più di tanto di Abitare e Domus, ma Case da Abitare, insomma… Intanto, il mio fidanzato dice che io non sono lucida perché accecata da un innamoramento che mi impedisce di essere imparziale. Ed è assolutamente vero. Ogni volta che sento nominare Tyler Brulè, non posso fare a meno di pensare che mi piacerebbe lavorare con lui. E non è escluso che prima o poi non ci provi sul serio. Da quando mi sono comprata una casa meravigliosa ad Anversa, comincio davvero a pensare che niente sia impossibile. Nel frattempo, non posso vietarmi di fare dei paragoni. Tyler Brulè è nato a Winnipeg, Manitoba, un posto che curiosamente conosco, per uno scambio studentesco quando avevo 18 anni. Avevo un’amica, che ci vive ancora. Tyler Brulé non ci vive più. Essendo nato nel 1968 o qualcosa del genere, ha 38 anni. Ne aveva 28 quando ha lanciato Wallpaper, il che significa che probabilmente ne aveva 25 quando ha cominciato a pensarci. Poi l’ha venduta per un mucchio di soldi, mica scemo. Finito il periodo di non concorrenza, si è inventato un altro magazine. Monocle. Progetto molto ambizioso, chissà se durerà. Però, intanto, è una rivista di oltre 250 pagine che pesa un quarto di quegli stupidi femminili (! Che avranno mai da dire alle donne? Le donne sono tutte così stupide?!). Bello studio sulla carta, e anche sulla stampa non ho proprio niente da obiettare. Sull’esercito giapponese in copertina, ecco, forse io non sono abbastanza colta. Però sul design sì, e credo che Monocle avrebbe bisogno di un editor di design un po’ più competente. La casetta del debutto era proprio scarsina, forse il mondo continua dopo Stoccolma. Anzi, c’è un mondo fantastico ad Anversa, dove cercherò di trascorrere più tempo possibile. Con il mio amico Vincent Van Duysen, che è belga fiammingo e ha molto successo, e conferma tristemente ciò di cui ormai sono abbastanza convinta: per concludere qualcosa prima dell’età ottuagenaria devi andartene dall’Italia. All’estero. Dove gli asini non volano, ma la gente ti dà credito. E non ti trovi sempre davanti qualche vegliardo attaccato al cadreghino. Ma stavo parlando di Tyler Brulè: voi quanti giornalisti conoscete così giovani e così di successo in Italia? Io uno, ma questa è un’altra storia. E comunque il mio fidanzato può stare tranquillo: Tyler Brulè è gay, ed è stato pure insieme a Patrick Cox. Che faceva scarpe meravigliose, di importanza fondamentale nei miei venti e… Intanto io tifo Robertazzi.

26 Gennaio 2007

Design Bros

img723-11-1.jpgEsistono almeno tre “coppie creative” che da alcuni anni appaiono come i nuovi interpreti del design contemporaneo. Chi sono? Scopriteli! ADI ha già puntato gli occhi su almeno due delle tre geniali coppie!
Scopriteli cliccando… I Gemelli Diversi, parafrasando il nome di un noto gruppo pop, sembra che anche il mondo del design sia attraversato da designer che viaggiano in coppia. Per esempio? I francesi
Ronan ed Erwan Bouroullec, i carioca Humberto e Fernando Campana, e gli italianissimi Davide e Gabriele Adriano. Webmobili li ha scelti perché giovani, creativamente brillanti e linguisticamente portatori - in virtù di provenienze culturali diverse - di eleganti, e a volte umoristiche, visioni dell’abitare e del vivere contemporaneo.

(continua su Webmobili)